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Sabbia D'Oro Hotels: dove c'è passione c'è successo

 

 
 
 

Non solo mare: itinerari in provincia.


I dintorni di San Vito Lo Capo sono ricchi di meravigliosi siti archeologici e riserva naturali. Si può scegliere tra innumerevoli itinerari gastronomici, enologici, storico-archeologici e naturalistici, oltre a godere della meravigliosa spiaggia bianca che si fonde nel mare azzurro e limpidissimo. Qui di seguito riportiamo alcuni cenni sui principali siti di interesse turistico da visitare in giornata.
 
 
 

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Di notevole interesse turistico, Erice sorge a 700 metri sul monte omonimo. Antica città Elima, si presenta al visitatore come un delizioso borgo medievale, con le sue stradine strette e acciottolate e le case addossate l'una alle altre. Nell'antichità era famosa per il suo tempio dove i Fenici adoravano Astarte, i Greci Afrodite e i Romani Venere. Il monte era un punto di riferimento per i naviganti, poiché all'interno del tempio c'era un fuoco sacro che non doveva essere mai spento. Erice ha subito tutte le dominazioni che si sono susseguite sul territorio siciliano: cambia nome con gli Arabi che, nel 1831 la chiamarono Gebel-Hamed. Erice ha tre porte d’accesso: Porta Trapani, Porta Spada e Porta Carmine. La cittadina, caratterizzata dalla sua forma perfettamente triangolare è coronata su due vertici dal castello di Venere (a sud-est) e dalla Chiesa Matrice (a sud-ovest). Al centro perfetto del triangolo si eleva la chiesa di S. Pietro con l'annesso monastero che oggi ospita il centro culturale scientifico E. Majorana, famoso nel mondo tra l'altro, per il suo direttore, professore Antonio Zichichi, fisico di fama mondiale.

Il Duomo di Erice

  

Il Duomo di Erice

 
L'intricato labirinto di stradine, tutte caratterizzate dalla bella pavimentazione a riquadri, offre inattesi scorci sulle chiese ed i monasteri che qui sono più di sessanta. Sul monte di Erice si aprono diverse cavità tra le quali spiccano la grotta di Martogna e la grotta Emiliana, verso Pizzolungo, che hanno restituito industrie del Paleolitico superiore.
   

Interno del Duomo di Erice

La Chiesa Matrice, vicina alla Porta di Trapani, risale al XIV secolo ed è stata edificata con materiale proveniente dal Tempio di Venere. Le forme massicce ed il coronamento a merli la caratterizzano come chiesa-fortezza. L’imponente facciata è preceduta da un pronao rettangolare con volte a costoloni ed è alleggerita da un bel rosone. L'interno, in stile neogotico, conserva un bel retablo marmoreo rinascimentale, l'altare. Immediatamente a sinistra della Chiesa Matrice si erge la Torre campanaria, in origine torre d’avvistamento, i cui livelli sono scanditi da feritoie (al primo piano) e da belle bifore in stile chiaramontano. In alto, è coronata da merlatura ghibellina.

Interno della Chiesa Matrice

Castello di Venere - Arroccato sulla punta estrema del monte, a belvedere sul mare e sulla pianura sottostante, il castello risale nella sua foggia attuale al periodo normanno (XII sec, ma il luogo ha storia ben più antica. Qui, infatti, sorgeva il tempio dedicato a Venere Ericina, dea particolarmente venerata nell'antichità. In epoca normanna il tempio era ormai diroccato ed al suo posto si decise di costruire una fortezza, cinta da possenti mura e protetta dalla sua posizione e dalle più avanzate Torri del Balio, un tempo collegate al castello tramite un ponte levatoio. Il carattere difensivo è ancora testimoniato dal piombatoio sopra il portone d'ingresso arricchito dallo stemma di Carlo V di Spagna e da una bella bifora.

Il "Castello" di Venere

             Castello di Venere

   
Del tempio di Venere rimangono rocchi di colonne scanalate e frammenti di cornice di ordine dorico oltre a un pavimento musivo e agli avanzi di un pozzo sacro.
   
Le mura antiche della città - Imponenti, monumentali, sul lato nord-est della cittadina sono ben conservati: la cinta è dotata di cortine torri quadrangolari e tre porte (porta Spada, porta Carmine e porta Trapani). La parte inferiore, a grandi blocchi megalitici, risale al VIII secolo a.C., come testimoniato da incisioni di lettere Fenicie incise sul blocco del terzo torrione venendo da Porta Spada; le mura sono state rifatte in seguito dai Romani; la parte superiore e le porte sono di epoca normanna.
   
Il centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana - Si ispira al celebre fisico italiano scomparso nel 1938, famoso per i contributi dati allo sviluppo della fisica nucleare teorica. Il centro è costituito da cento scuole le cui attività si articolano tra scienza, tecnologia, medicina, ambiente, logica, matematica, analisi storiche e studi interdisciplinari. All'interno dell'istituto San Domenico si trova l'aula chiamata 'P.A.M. Dirac' mentre la segreteria e altre due aule si trovano all'interno dell'istituto San Rocco; l'antico Palazzo Ventimiglia ospita ancora un'aula.
   
  

   

   
 

 
   
   
Il sito archeologico di Segesta venne trovato per primo dal domenicano Tommaso Fazello che, servendosi soltanto delle antiche fonti letterarie e di un'impareggiabile spirito di riflessione, ha saputo identificare con sicurezza la gran parte dei siti archeologici della Sicilia.

Il peristilio di Segesta

Segesta fu una delle principali città degli Elimi che, secondo Tucidide, sono il risultato dell'incontro tra la gente locale, i Sicani, e i Troiani scampati agli Achei dopo la distruzione di Troia. Secondo Dionisio di Alicarnasso gli Elimi erano parte di una spedizione di Italici, nella terza generazione prima della guerra di Troia.
 

Il peristilio di Segesta

   
Ancora oggi storici e antropologi sostengono accesi dibattiti sull'origine di questo misterioso popolo antico. La città, fortemente ellenizzata per aspetto e cultura, raggiunse un ruolo di primo piano tra i centri siciliani e nel bacino del mediterraneo, fino al punto di poter coinvolgere Atene e Cartagine nella sua secolare ostilità con Selinunte. Distrutta l'eterna rivale, grazie all’intervento cartaginese nel 408 a.C., Segesta visse un periodo di pace, fino ad essere conquistata e distrutta da Agatocle di Siracusa (nel 307 a.C.), che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. In seguito, ripreso il suo nome, passò nel corso della prima guerra punica ai Romani che, in virtú della comune origine leggendaria troiana, la esentarono da tributi, la dotarono di un vasto territorio e le permisero una nuova fase di prosperità, permettendole molte liberta. Segesta venne totalmente ripianificata sul modello delle grandi città microasiatiche, assumendo un aspetto molto scenografico. Si è a lungo ritenuto che Segesta fosse abbandonata dopo le incursioni vandale, ma recenti indagini hanno rivelato una fase tardo-antica, una chiesa cristiana, un esteso villaggio di età musulmana, seguito da un insediamento normanno-svevo, dominato da un castello alla sommità del Monte Barbaro. Notevole la presenza di una moschea, il primo ritrovamento di questo genere in Sicilia, identificata con certezza per la nicchia del mihrab, elemento presente in tutte le moschee antiche e moderne. Già famosa per i suoi due monumenti principali, il tempio di tipo dorico, più esattamente un peristilio e il teatro, Segesta vive ora una nuova stagione di scoperte, dovute a scavi finanziati dalla Comunità Europea con il fondo Europeo di Sviluppo Regionale, in collaborazione con le maggiori Università italiane. Gli scavi archeologici cominciati nel 1989 hanno permesso di ricostruire con precisione l'evoluzione urbanistica della città. Segesta occupava la sommità del Monte Barbaro (due acropoli separate da una sella), naturalmente difeso da ripide pareti di roccia sui lati est e sud, mentre il versante meno protetto era munito in età classica di una cinta muraria provvista di porte monumentali, sostituita in seguito (nel corso della prima età imperiale) da una seconda linea di mura ad una quota superiore. Al di fuori delle cinte murarie, lungo le antiche vie d’accesso alla città, si trovano due importanti luoghi sacri: il tempio di tipo dorico (430-420 a.C.) e il santuario di Contrada Mango (VI-V sec. a.C.). Fuori le mura è stata anche individuata una necropoli ellenistica. L’urbanistica di Segesta è ancora in corso di indagine: sono segnalati alcuni probabili tracciati viari, l’area dell’agorà e alcune abitazioni. Sull’acropoli Nord, dove si trova il teatro, sono visibili i resti più recenti di Segesta: il castello, la moschea e la chiesa fondata nel 1442 su un terreno pluristratificato.
   
  

   

 

 

 

     
Fondata da gente proveniente da Megara Hyblaea nel corso del VII sec. a.C., Selinunte è stata la colonia greca più occidentale della Sicilia; il nome si fa derivare dal selinon, prezzemolo selvatico molto diffuso, a tal punto da venire inciso sulle loro monete. Selinunte vive circa duecento anni di splendore, breve ma intenso, forse anche grazie all'azione di un governo accorto dei tiranni che vi si sono succeduti. La prosperità della città è testimoniata dall'ampia zona sacrale e pubblica.

Selinunte, Tempio E

     
Alleata a lungo di Cartagine, dalla quale sperava di ottenere appoggio per contrastare la rivale Segesta, viene infine distrutta proprio dal cartaginese Annibale nel 409 a.C. che usa mezzi e misure ferocissimi: sedicimila i morti selinuntini, cinquemila i prigionieri. I superstiti supplicano Annibale di liberi e di risparmiare i templi, accettando di pagare una forte somma. Annibale accetta, ma una volta avuto il riscatto, depreda i templi e distrugge le mura. Dopo questo episodio Selinunte si rialza e a stento riesce a reggere fino alla seconda guerra punica quando viene rasa al suolo. Sembra che, durante l'Alto Medioevo, fosse stata dimora di eremiti; un violento terremoto, probabilmente in epoca bizantina, fini per distruggere completamente la città, della quale si persero le tracce. Fu il Fazello, arguto monaco domenicano, a localizzare il sito con estrema precisione, basandosi sulle fonti storiche classiche. Il parco archeologico è stato istituito nel 1993. Disseminati in una zona semi-desertica, dato che il luogo non è più stato abitato, i templi in rovina innalzano ancora al cielo le loro imponenti colonne, e gli edifici, ridotti ad un cumulo di pietre probabilmente a causa di un terremoto. Le belle metope sono esposte al Museo Archeologico di Palermo. I resti si distinguono in tre zone: la prima, sulla collina orientale, raggruppa tre grandi templi di cui uno è stato rialzato nel 1957. La seconda, sulla collina occidentale è cinta da mura, è l'Acropoli, a nord della quale sorgeva la città vera e propria. La terza, a ovest dell'Acropoli, oltre il fiume Modione, era un'altra area sacra contempli e santuari. I templi sono contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto perchè non si sa attribuire con certezza la divinità adorata in ognuno di essi. Per completare l’escursione è interessante una visita alle Cave di Cusa, da dove provengono i blocchi utilizzati per edificare i templi e dove si possono ancora vedere le tracce lasciate dagli operai per scavare le colonne.
     
   

     

   
 

 
   
Marsala - La città ruota intorno a piazza della Repubblica, delimitata dalla cattedrale e dal Palazzo Senatorio, detto la Loggia, terminato nel '700. La piazza si affaccia su corso XI Maggio, antico Decumano Maggiore della città romana, fiancheggiato da bei palazzi. La via Rapisardi è delimitata da bei palazzi e dalla chiesa del Collegio, del settecento. La cattedrale, edificata in periodo normanno, ma rifatta anch'essa nel '700, ha un'imponente facciata in tufo arricchita da statue. All'interno sono conservate numerose opere dei fratelli Gagini tra cui spiccano una bella icona di Antonello Gagini e del Berrettaro (abside sinistra) e, nel transetto destro, una delicata Madonna del Popolo, di Domenico Gagini (1490).
   

Mulino a vento

Il Marsala - Marsala è famosa nel mondo soprattutto per il vino che porta il suo nome. La storia comincia nel 1770 quando un mercante inglese di nome Woodhouse si trovava in Sicilia e assaggiò il vino Marsala, restando incantato dal suo gusto e profumo. In pochi anni monopolizzò tutte le colture di uve dolci della provincia di Trapani e inizialmente venne venduto in Spagna come Porto o Madeira, per favorirne il mercato. Nel 1796 convertì una tonnara in una cantina; nel frattempo un altro inglese, Ingham, impiantò i suoi vigneti in Sicilia; insieme al suo abile nipote Whitaker lanciarono il Marsala su scala mondiale, conseguendo un successo straordinario.
 
Dal 1883, un italiano di nome Vincenzo Florio introdusse un accurato metodo di produzione dell’uva e di vinificazione, tale da far divenire il Marsala una delle voci di economia più importanti dell’isola. Nel 1969 il Marsala Florio viene proclamato vino D.O.C.
   
Museo Archeologico di Baglio Anselmi - Ospitato all'interno di un vecchio stabilimento vinicolo progettato da Basile, il museo custodisce il relitto di una nave punica (III secolo a.C.) recuperata nel 1969 nei pressi di Mozia. E' probabilmente una "liburna", veloce nave da guerra lunga 35 metri, che si suppone sia stata affondata alla fine della Prima Guerra Punica, nella battaglia delle Egadi (241 a,C.). L'analisi della struttura ha permesso di stabilire la tecnica costruttiva dei Fenici, che prevedeva l'utilizzo di pezzi prefabbricati contraddistinti da lettere. Incredibile è la lega con cui venivano fabbricati i chiodi che tenevano insieme le assi: dopo più di duemila anni in mare non presentano traccia di ossidazione. Il museo raccoglie inoltre significativi reperti che raccontano la storia di Marsala e delle zone limitrofe dalla preistoria al Medioevo. Particolarmente interessanti le vetrine dedicate a Mozia ed alcuni gioielli d'età ellenistica finemente lavorati, ritrovati allargo di Capo Boeo. Museo degli Arazzi - E' ospitato nei locali retrostanti la cattedrale. Vi si accede da via Garraffa. La collezione consta di otto grandi arazzi fiamminghi del '500 raffiguranti momenti della guerra di Tito contro i Giudei. La vivacità di colori e la ricchezza compositiva si estende, oltre che al soggetto centrale, anche agli alti bordi decorati da fiori, frutti e figure allegoriche. Particolarmente vivace il sesto arazzo che riproduce un momento di lotta, comunicando un intenso senso del movimento.
   
    
Mothya - Una piccola isola in mezzo ad una laguna, eppure su San Pantaleo, suo nome odierno, i Fenici diedero vita ad una prosperosa colonia. La posizione strategica, circondata dalle acque basse della laguna dello Stagnone e naturalmente protetta dalla vicina Isola Longa, la resero un obiettivo ambito sia dai Cartaginesi che dai Siracusani. Ed è proprio a causa di questi ultimi che Motya venne completamente distrutta e dimenticata, per essere poi riscoperta alla fine del secolo scorso. Motya è un'antica colonia fenicia fondata nell'VIII secolo a.C. su una delle quattro isole della laguna dello Stagnone, l'isola di San Pantaleo (nome datole in periodo alto medievale da monaci brasiliani trasferitisi sull'isola). Il nome di Motya, probabilmente dato dagli stessi Fenici, significherebbe filanda e sarebbe collegato alla presenza di stabilimenti per la lavorazione della lana, qui impiantati. L'isola, come la maggior parte delle altre colonie fenicie, era una stazione commerciale e serviva da punto di attracco per le navi fenicie in rotta nel Mediterraneo. Sempre nell'VIII secolo inizia la colonizzazione greca, che si concentra soprattutto nella parte orientale della Sicilia; i Fenici ripiegano quindi sulla parte occidentale e Motya accresce la sua importanza divenendo una cittadina. Nel VI secolo si acuiscono i contrasti tra Greci e Cartaginesi per il predominio sulla Sicilia e Mozia viene coinvolta; si arriva a cingerla di mura che ne permettano una difesa migliore.

Il giovane di Mothya

   

Il giovane di Mothya

Nel 397 Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assedia la città e pone fine alla sua esistenza. Gli abitanti si rifugiano sulla terraferma nella colonia di Lilibeo, l'attuale Marsala. La riscoperta di Motya è legata al nome di Giuseppe Whitaker, un nobile inglese della fine dell'800 la cui famiglia si era stabilita in Sicilia ed aveva avviato un fiorente commercio di esportazione di vino Marsala. Sull'isola si erge l'abitazione dei Whitaker,oggi trasformata in museo. L'isola oggi si presente come un museo all'aria aperta: effettuandone il giro si possono ammirare i resti di tutte le parti che costituivano una città fenicia, come in nessun'altra parte del mondo. Di notevole importanza, il Giovane di Mothya, imponente statua marmorea rinvenuta durante la campagna di scavi del 1979: si tratta di una statua in marmo bianco, raffigurante un personaggio virile, a grandezza naturale; la statua è vestita con una lunga tunica a pieghe che creano stupendi chiaroscuri, oltre a mettere in evidenza un ginocchio e la pressione della mano sinistra sul fianco. Lo stile della statua con i capelli ricci e la struttura arrotondata denotano una chiara influenza dello stile severo della prima metà del V secolo a.C.; considerato che i Fenici e i Greci sono stati nemici, il ritrovamento è da considerarsi raro; si pensa che un'abitante di Mothya, affascinato dall'arte greca sia stato il committente di questa meravigliosa opera d'arte.
    
   
   

 


   
 

 
   
Trapani, capoluogo di provincia posto all'estremità occidentale della Sicilia, è un centro portuale e commerciale di media importanza e possiede un porto ben protetto, il cui traffico è incrementato dal trasporto del sale raccolto nelle saline che si trovano immediatamente a sud dell'abitato. Nella città c'è un'importante fabbrica per la conservazione del tonno. Trapani, l'antica Drepanum, si allunga su una lingua di terra arcuata a che termina con due punte occupate rispettivamente dalla Torre di Ligny, e da un lazzaretto. La leggenda vuole che sia la falce caduta alla dea del grano, Cerere, mentre era alla disperata ricerca della figlia Proserpina, rapita da Ade. L'interno della falce (a nord) riparato dalla scogliera di Tramontana costituisce l'attracco per i pescherecci.

Trapani

Trapani, vista del porto

   
Sulla riva, alla Pescheria, ogni mattina si tiene il pittoresco mercato del pesce. Il periodo migliore per visitare Trapani è sicuramente quello pasquale, quando il centro storico si anima della gente che si riversa tutta nelle strade per seguire le manifestazioni che hanno luogo durante la settimana. Il momento di maggiore interesse è la suggestiva processione del Misteri del Venerdì Santo, durante la quale venti gruppi scultorei vengono portati in processione per tutto il giorno e tutta la notte lungo le vie del centro storico. I gruppi, conservati nella Chiesa del Purgatorio, sono stati realizzati in legno, tela e colla da maestranze locali tra il 1650 ed il 1720.
   
Il centro storico - Lungo la lingua di terra che si allunga nel mare si trovano i quartieri medievali. Sulla punta si estende il quartiere impiantato dagli Spagnoli nel Trecento (quartiere Palazzo), rivisitato in epoca barocca. Il nucleo più antico, che oggi si presenta con le caratteristiche tipiche dell'abitato arabo con piccole strade serrate le une alle altre, si estende alle spalle ed era in origine cinto da mura.
   
La Cattedrale - Dedicata a San Lorenzo, è stata edificata nel 1635, su un precedente edificio trecentesco. La facciata, di epoca successiva (1740) è un bell'esempio di barocco. All'interno sono conservati dipinti di mano fiamminga, attribuiti al Van Dick, quali la Natività (terza cappella a destra) seguita dalla Crocefissione e la Deposizione (quarta cappella a sinistra).
   
Rua Nova - E' l'attuale via Garibaldi, aperta nel Duecento sotto gli Aragonesi. Oggi è fiancheggiata da bei palazzi e chiese settecenteschi tra cui emergono Palazzo Riccio di Morana, coronato da statue, Palazzo Milo e la Badia Nuova (Chiesa di Santa Maria del Soccorso) che conserva, all'interno, urte è racchiusa da un portico ed una loggia ad archi a tutto sesto e Palazzo Melilli, con un portale del XVI secolo.
   
Rua Grande - L'altra bella arteria aperta nel XIII secolo è l'attuale corso Vittorio Emanuele. La strada è delimitata da begli edifici barocchi tra cui emergono Palazzo Berardo Ferro (al civico 86) e la Sede del Vescovado. Il corso è detto dai trapanesi "La Loggia": è punto di incontro preferito dai ragazzi che qui amano passeggiare.
   
Palazzo Senatorio (o Cavarretta) - Questo bel palazzo chiude in maniera scenografica il corso Vittorio Emanuele. La ricca facciata è su due ordini scanditi da colonne e statue ed è coronata da due grandi orologi. Accanto si trova la torre dell'orologio di origini duecentesche una delle cinque torri che formano lo stemma della città.
   
La settimana santa - Nel bacino del Mediterraneo molti paesi celebrano particolari usanze durante la settimana santa; Trapani è uno dei posti dove questo cerimoniale è particolarmente sentito. Il rituale comincia il Martedì Santo, quando il quadro della Nostra Signora delle Grazie lascia la chiesa del Purgatorio. Questa icona, detta anche Madre Pietà dei Massari, apre ufficialmente la Settimana Santa. La processione fu istituita intorno alla metà del 1800 dai predecessori degli attuali Massari. La Madonna sfila lungo le strade del centro storico fino a raggiungere Piazza Lucadelli, dove i Massari offrono i propri beni. Nel pomeriggio del Mercoledì Santo un’altra Madonna, detta Madre Pietà del Popolo, sfila in processione; nel tardo pomeriggio avviene lo scambio delle candele, significativa cerimonia che ricorda la pace stabilita tra i Massari e la confraternita di Sant’Anna: infatti i confratelli avevano chiesto al Vescovo di proibire la processione e l’esposizione della Madre Pietà dei Massari. Per pochi minuti le due icone si trovano una di fronte l’altra e i rappresentanti dei due gruppi si scambiano le candele. Il Giovedì Santo è dedicato a riti religiosi come la visita ai sepolcri, una versione cristiana dei Giardini di Adone e in ultimo, finalmente arriva il Venerdì Santo.
   

La lavanda dei piedi

L'arresto

La negazione

   
Tre dei gruppi scultorei dei Misteri di Trapani
   
 I Misteri escono dalla chiesa del Purgatorio quando avviene la Deposizione dalla croce. Si tratta di diciotto gruppi scultorei realizzati in legno, tela e colla seguiti dall’urna con il Cristo morto e la statua di Nostra Signora Addolorata. I gruppi creano una processione suggestiva e affascinante, che prosegue lungo le strade della città vecchia e nuova. Inizialmente, nel tardo 1600, la processione assumeva una forma teatrale, realizzata dalla compagnia del Preziosissimo Sangue di Gesù, come segno di scherno verso gli Spagnoli. La processione prende la forma attuale nel 17° secolo, quando la confraternita di San Michele chiede al popolo e alle varie maestranze di sostenerli economicamente e socialmente. Questa è la ragione perché ogni gruppo porta il nome di un’attività. Il nome “misteri” pare sia attribuito a una storpiatura dialettale del termine “mestiere”. Le statue sono state realizzate da fiorenti scuole dell’epoca e da locali artisti come Ciotta, Milanti, Tartaglia, Pisciotta, i fratelli Nolfo e Lombardo. I Misteri si susseguono con la loro caratteristica andatura dondolante detta “annacata” per venti ore, ininterrottamente. Ogni gruppo ha una banda musicale per rendere più armoniosa la processione, al suono di famose marce. L’indomani, l’immagine di Nostra Signora Addolorata rientra nella Chiesa del Purgatorio, segnando il termine della processione più spettacolare della provincia di Trapani.
   
Museo Pepoli - Di fianco al santuario dell'Annunziata, l'ex convento dei Carmelitani costituisce un magnifico quadro per questo museo le cui ricche collezioni storiche ed artistiche coprono il periodo dalla preistoria al XIX secolo. Aperto nel 1908, il museo deve il suo nome al Conte Agostino Sieri Pepoli, che ha donato alla città le sue collezioni di artefatti archeologici e vari lavori artistici. Il pianterreno è consacrato alla scultura. La famiglia dei Gagini è ben rappresentata con quattro statue di santi dalle linee morbide. Notevole in particolare il San Giacomo Maggiore di Antonello Gagini. Una imponente scalinata, in marmo policromo, permette di raggiungere il primo piano dove si può ammirare la Pinacoteca del Generale Giovan Battista Fardella. Particolare attenzione merita in particolare il polittico di Trapani (XV sec.), una Pietà del napoletano Roberto di Oderisio (XIV sec.) ed una bella Madonna col Bambino e Angeli di Pastura (1478-1509). Tra i dipinti di scuola napoletana figura il bel San Bartolomeo di Ribera. Gli artigiani locali si esprimono soprattutto nella lavorazione del corallo, come testimoniano oggetti liturgici ed alcuni pezzi di oreficeria (si notino in particolare quelli di Matteo Bavera, XVII sec.). Notevole anche la serie di sedici piccoli gruppi di statuine in legno e tela raffigurante la Strage degli Innocenti (XVII sec.) Della produzione locale di ceramica si notino soprattutto i bei pannelli in maiolica raffiguranti la Mattanza e una vista di Trapani (XVII secolo).
   
  
  

 


 

   
Le tre isole, Favignana, Levanzo e Marettimo, che compongono questo piccolo arcipelago situato al largo di Trapani, incantano per la bellezza delle coste e la trasparenza del mare. Abitate fin dall'epoca preistorica (e si suppone che nel paleolitico Levanzo e Favignana fossero ancora unite alla terraferma), sono teatro di un importante avvenimento nell'antichità poiché qui viene firmato il trattato che pone fine alla prima guerra punica (241 a.C.) grazie al quale Cartagine lascia la Sicilia a Roma. L'area Marina protetta "isole Egadi" è la più vasta d'Italia e la sua fondazione risale al 1991, allo scopo di tutelare la straordinaria ricchezza biologica dell'ambiente naturale.

Favignana, foto di Pasquale e Patrizia, luglio 2007.

  

Favignana, foto di Pasquale e Patrizia, Luglio 2007

   
Favignana - Centro principale dell'isola e capoluogo dell'arcipelago, il piccolo porto che ha lo stesso nome dell'isola, è situato in una vasta baia dominata dal Forte di S. Caterina (oggi presidio militare), in cima all'omonimo monte. Antica postazione di avvistamento saracena, la cittadina è caratterizzata da due edifici che ricordano i Florio, importante famiglia di Marsala: Palazzo Florio, che si trova alle spalle del porto, è stato edificato nel 1876; in fondo alla baia sulla destra, la grande Tonnara, ormai in disuso. paese si costruisce intorno a due piazze: piazza Europa e piazza Madrice, collegate dalla via principale, meta del passeggio serale. Due sono le spiagge principali: Cala Azzurra, piccola baia sabbiosa a sud dell'abitato, e la grande spiaggia del Lido Burrone. Sono raggiungibili con mezzi propri o con la navetta. Le calette rocciose, in particolare la Cala Rossa e la poco distante Cala del Bue Marino sono più affascinanti. Nell'altra, metà dell'isola, le più belle spiagge sono Cala Rotonda, Cala Grande e Punta Ferro, punto di partenza per gli amanti delle immersioni.
   
La mattanza - Il complicato e rituale sistema di pesca del tonno seguiva regole ben precise, esclusivamente stabilite dal Rais, capo della tonnara ed un tempo anche capo del villaggio. La pesca sistematica del tonno ha origini antiche e sembra addirittura che fosse praticata dai Fenici, ma si deve giungere fino agli Arabi per conoscere il sistema di mattanza praticato anche ai giorni nostri. La mattanza è come un rito, completo di canti propiziatori e scaramantici (le cialome); il tutto termina con una cruenta lotta tra il tonno e i pescatori. Nella tarda primavera i tonni giungono al largo della costa occidentale della Sicilia, ove trovano le condizioni ideali per riprodursi. Le imbarcazioni escono in mare per posizionare le reti formando un lungo corridoio che il tonno percorre in senso obbligato. Le ultime sono divise da sbarramenti che formano delle "anticamere" per evitare un assembramento di pesci troppo elevato. Oltre, la camera della morte, una rete dalla maglia molto più fitta e spessa chiusa anche sul fondo. Quando il numero di tonni impigliati è giudicato sufficiente, il Rais ordina l'inizio della mattanza, l’uccisione dei pesci che, stremati e feriti vengono uncinati ed issati a bordo. Il termine deriva dallo spagnolo matar, uccidere, che si costruisce sul latino mactare, glorificare, immolare.
   
Levanzo - Anticamente chiamata Phorbantia, è coperta da colline che culminano nel Pizzo del Monaco che, gettandosi in mare, formano coste rocciose particolarmente belle. Attraversata da un'unica strada che la percorre da sud a nord, è un'isola fatta per chi ama la natura. La parte settentrionale è un susseguirsi di rocciose calette. Tra Levanzo e la costa siciliana si trovano gli isolotti di Maraone e Formica, dove si possono ammirare i resti di una vecchia tonnara. Tra le più importanti scoperte archeologiche, si segnala il rostro della battaglia delle Egadi, ritrovato nelle acque di Levanzo nel giugno 2004; insieme al rostro sono state trovate delle anfore e tre ceppi d'ancora e un elmo bronzeo romano.
   
Grotta del Genovese - Si può raggiungere a piedi in un’ora, in jeep o via mare. Scoperta nel 1949, questa cavità scavata lungo il fianco di un'alta falesia conserva tracce di presenza umana preistorica. Sono infatti state scoperte incisioni e pitture che risalgono rispettivamente al paleolitico superiore e al neolitico. I graffiti, realizzati quando ancora l'isola era unita alla terraferma, raffigurano bisonti ed un cervo bellissimo per le proporzioni armoniose, l'eleganza e la resa prospettica. Le pitture a carboncino e grasso animale documentano l'introduzione della pesca poiché sono visibili un tonno e dei delfini, dell'allevamento, con l’immagine di una donna che trattiene un bovino con un laccio ed altre immagini rituali, come uomini che danzano e donne dai fianchi larghi. Questi dipinti possono essere messi in relazione con lo stile franco-cantabrico caratteristico dei dipinti paleolitici delle grotte di Lascaut in Francia e di Altamira in Spagna.
   
Marettimo - L'isola è formata da una montagna dalle ripide e scoscese pareti calcaree. La più riservata delle Egadi, che apre le sue porte solo ai turisti più curiosi, possiede un piccolo porto. Ai piedi della montagna si stringe la piccola cittadina portuale chiamata anch'essa Marettimo, caratterizzata dalle bianche casette cubiche a terrazza. Dietro allo Scalo Nuovo si trova l’attuale punto di attracco, lo Scalo Vecchio, utilizzato dai pescatori. Da qui si scorge Punta Troia coronata dalle rovine di un castello di epoca spagnola (XVII secolo) utilizzato come carcere fino al 1844. Una serie di sentieri conducono sulle alture all'interno dell'isola, favorendo il contatto con la natura incontaminata e offrendo incantevoli viste. Effettuando un giro dell'isola in barca si possono scoprire le numerose grotte che caratterizzano la costa e che si aprono su pareti scoscese; tra esse quali spiccano la Grotta del Cammello, con sul fondo una spiaggetta di ghiaia, la Grotta del Tuono, la Grotta Perciata, ed in particolare la Grotta del Presepio, così chiamata per le conformazioni rocciose che per l'azione dell'acqua e del vento hanno assunto la forma di statuine.
   
  
  

 


 

   
La costa dello Zingaro è una delle pochissime in Sicilia senza una strada accessibile alle automobili. Nel 1976 era stato prevista un strada per collegare Scopello a San Vito Lo Capo. I lavori, iniziati negli anni 80, furono sospesi da migliaia di cittadini che, il 18 maggio 1980, organizzarono una marcia di protesta, formando una catena umana lungo tutto il tratto costiero della Riserva. Aderendo al movimento di opinione contro l'apertura della strada costiera, l'azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana dichiara nel 1980 l'impegno di espropriare l'area dello Zingaro perché di grande interesse ambientale. In seguito, con la Legge Regionale 98/81, viene ufficialmente istituita la "Riserva Naturale Orientata dello Zingaro", prima Riserva in Sicilia affidata in gestione all'azienda Foreste Demaniali.

Cala Uzzo, Lo Zingaro

  

La riserva dello Zingaro

   

La Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani. Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare. L'area, antropizzata fin dal paleolitico come testimoniano gli scavi effettuati presso la grotta preistorica dell'Uzzo, conserva ancora le tracce dell'alleanza tra l'uomo e la terra. I frassineti, i mandorleti, gli oliveti, i resti di vigneti , gli alberi da frutto, un tempo fonti di vita per la gente del posto, fanno parte ormai del paesaggio agrario.

   
  
  

 


 

   
Il Monte Cofano, alto 659 m, è un promontorio dolomitico che separa il golfo di Cofano da quello di Bonagia (foto in basso, a sinistra). Alla base del monte esistono due sentieri che offrono lo spunto per una passeggiata. L'escursione fino in cima è molto impegnativa ma una volta alla sommità del monte si può godere di una incantevole vista prospiciente i due golfi sottostanti, sui rilievi interni e su monte Erice. La vegetazione, tipicamente mediterranea, è composta dalla gariga a palma e da grandi ciuffi di ampelodesma e da molte specie endemiche, tra le quali l'Erica Sicula, il cavolo di rocca e la speronella. Gli ambienti della riserva ospitano diverse specie di uccelli come il falco pellegrino, il gheppio, e la poiana. Tra le specie rupestri tipiche di quest'area è facile osservare il corvo imperiale, il colombo selvatico, il rondone e, tra le specie marine, è comune il gabbiano.

Tramonto su monte Cofano

   
La riserva naturale orientata di Monte Cofano, è posta all'estremità nord-occidentale della provincia di Trapani. Istituita con decreto del 25/7/1997 dall'Assessorato Regionale "Territorio e Ambiente" è stata affidata in gestione all'Azienda Foreste Demaniali della Regione Sicilia. Il territorio ricade nel Comune di Custonaci, si estende per 537,5 ettari. La riserva nasce per preservare la flora e la geomorfologia, di notevole interesse. All'interno della riserva è possibile ammirare delle torri che facevano parte del sistema di fortificazioni per difendersi dai pirati turchi. Le torri erano prive di qualsiasi ornamento esterno; caratteristica è la pianta quadrata o rotonda, articolata su tre elevazioni: la base, il piano operativo e la terrazza. La cisterna raccoglieva l'acqua piovana e si trovava alla base che era priva di ingresso. Alla torre si accedeva da una finestra del primo piano tramite una scala di legno o di corda che veniva ritirata dopo l'uso. Le scale in muratura e gli ingressi al pianterreno che oggi ritroviamo in alcune torri sono stati aggiunti in epoca successiva. La terrazza era parzialmente coperta da una tettoia in legno. Le grotte della riserva sono dello stesso periodo di quelle più note dell'Addaura di Palermo e del Genovese nell'isola di Levanzo (Egadi). La più famosa delle grotte è sicuramente la grotta Mangiapane; la grotta prende il nome dall'omonima famiglia che qui ha vissuto per tanto tempo ed è nota anche come grotta di Scurati; al suo interno c'è un compendio di case che durante il periodo natalizio fanno da scenario naturale al famoso Presepe vivente; il Presepe nasce per volontà della gente del posto che, ogni anno, rappresentano i mestieri antichi ormai scomparsi.
   
  

 


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